C'è una domanda che la politica italiana continua a porsi senza riuscire a trovare una risposta convincente.
Perché alcuni personaggi che una parte dell'opinione pubblica considera politicamente improponibili continuano a trovare elettori disposti a votarli?
La risposta più semplice è anche quella che spiega meno: perché gli elettori sono stupidi.
È una risposta comoda.
Ed è quasi sempre sbagliata.
Il nuovo partito di Roberto Vannacci sta diventando uno dei fenomeni politici da osservare con maggiore attenzione. Non necessariamente perché rappresenti già una forza decisiva, ma perché intercetta una cosa che la politica tradizionale conosce molto bene e spesso preferisce non vedere: il consenso non nasce necessariamente dalla rispettabilità del candidato.
A volte nasce proprio dalla sua capacità di apparire irriducibile alle regole della rispettabilità.
È un meccanismo curioso.
Più qualcuno viene definito impresentabile dai suoi avversari, più una parte del suo potenziale elettorato può interpretare quell'etichetta come una medaglia.
“Se lo attaccano tutti, allora forse dice qualcosa che non vogliono sentirsi dire.”
È una logica discutibile.
Ma esiste.
E ignorarla significa non capire il fenomeno.Nel nuovo movimento di Vannacci sono confluiti personaggi provenienti da esperienze politiche differenti, compresi ex esponenti di Lega e Forza Italia e figure che hanno avuto vicende giudiziarie o politiche controverse.
Laura Ravetto, Emanuele Pozzolo, Domenico Furgiuele, Gianni Alemanno.Su alcuni di questi nomi esistono vicende che possono essere giudicate politicamente imbarazzanti o problematiche. Su altre occorre distinguere attentamente tra accuse, indagini, condanne e responsabilità definitivamente accertate.
Ed è proprio qui che la questione diventa interessante.
Perché la politica non funziona come un concorso per il candidato moralmente perfetto.
Funziona attraverso il consenso.
E il consenso non è una certificazione di buona condotta.
Un elettore può votare qualcuno perché ne condivide le idee, perché considera irrilevanti alcune vicende personali, perché non crede alle accuse, perché ritiene gli altri partiti peggiori oppure semplicemente perché vuole mandare un messaggio al sistema.
Questa ultima motivazione è probabilmente la più sottovalutata.
Molti voti non sono voti per qualcuno.
Sono voti contro qualcun altro.
E quando un sistema politico perde credibilità, può accadere una cosa apparentemente assurda: la debolezza del candidato diventa parte della sua forza.
L'uomo che parla senza diplomazia viene percepito come autentico.
Quello che viene accusato di essere estremista diventa, agli occhi dei suoi sostenitori, uno che “non ha paura”.
Quello che viene definito impresentabile può trasformarsi nell'uomo che finalmente rappresenta gli impresentabili.
È un paradosso.
Ma la politica contemporanea è piena di paradossi.
Ed è per questo che sarebbe un errore liquidare Vannacci come una semplice macchietta destinata a scomparire.
Potrebbe succedere.
Potrebbe anche ottenere un risultato molto più significativo del previsto.
La questione vera non è stabilire oggi quale delle due ipotesi sia corretta. È capire perché esista lo spazio politico necessario perché la seconda possa diventare possibile.
E qui il problema non riguarda soltanto Vannacci.
Riguarda tutti gli altri.
Perché ogni volta che un nuovo movimento raccoglie consenso, la domanda più interessante non dovrebbe essere:
“Come facciamo a demonizzarlo?”
Dovrebbe essere:
“Che cosa sta vedendo una parte degli elettori che noi non stiamo vedendo?”
La risposta potrebbe essere sgradevole.
Potrebbe riguardare l'immigrazione.
La sicurezza.
L'Europa.
L'identità nazionale.
La sfiducia nelle istituzioni.
La percezione di essere ignorati.
Oppure semplicemente la stanchezza nei confronti di una politica che parla continuamente di sé e molto meno dei propri elettori.
Non significa che quelle percezioni siano necessariamente corrette.
Significa che esistono.
E in democrazia ciò che esiste non scompare perché qualcuno lo considera politicamente sgradevole.
Anzi. A volte accade l'esatto contrario.
Più lo si demonizza, più diventa interessante per chi vuole protestare.
È questa la trappola nella quale la politica italiana cade periodicamente.
Crede di combattere un avversario.
In realtà gli sta costruendo un'identità.
Il giorno in cui tutti cominciano a dire che qualcuno è “impresentabile”, “pericoloso”, “ridicolo” o “irricevibile”, una parte dell'elettorato può semplicemente rispondere:
“Va bene. Allora voto proprio lui.”
Non perché abbia improvvisamente cambiato idea sul personaggio.
Ma perché vuole vedere la faccia del sistema quando quel voto arriverà nelle urne.
E allora la vera domanda sul partito di Vannacci non è se sia elegante, rispettabile o presentabile.
La politica non è una cena di gala.
La domanda è molto più brutale:
quante persone sono disposte a votarlo?
Perché alla fine, in democrazia, il termometro non misura quanto un candidato piace ai suoi avversari.
Misura quanti cittadini decidono di mettere una croce accanto al suo nome.
E se quel numero dovesse diventare grande, sarebbe inutile indignarsi.
Bisognerebbe prima chiedersi perché.
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